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La cascata e il laghetto del Vach

  • Difficoltà: Facile, per famiglie
  • Lunghezza: 6.360 m
  • Tempo di precorrenza: 3 h
Quota:
1.361 m
Dislivello:
381 m
Terreno:
strada sterrata, sentiero, strada asfaltata
Gruppo Dolomitico:
Tamer San Sebastiano
Partenza:
Pralongo, 980 m
Arrivo:
Pralongo, 980 m
Periodo consigliato:
Tutto l'anno - inverno con racchette da neve. Imperdibile in autunno e in primavera per il foliage dei faggi.
Frequentazione:
Alta

L’itinerario completo è costituito da una passeggiata molto appagante alla base del gruppo Tàmer - San Sebastiano, in Val Barance. La conca del Vach, un tempo zona di pascolo, è occupata in parte da uno specchio d’acqua ai piedi di una bella cascata che esce direttamente dalle rocce della bastionata sottostante gli Scarselòin, dove si trova la Baita V. Angelini (1680 m). Nel ritorno l’itinerario passa per Colcervèr, uno dei villaggi più suggestivi della valle. La casèra del Piàn e l’abitato di Colcervèr possono costituire due mete per piacevoli itinerari autonomi, riducendo alla metà il tempo di percorrenza. 


Attraversato il ponte sulla Malìsia oltre la chiesetta di Sant'Andrea, si parcheggia l’auto nell’ampio spiazzo. Si risale quindi la Val dei Zoc sulla destra orografica della Malisia, lungo la strada sterrata che prosegue direttamente dal parcheggio e sale alla Casèra del Pian (aperta tutto l'anno con pranzi su prenotazione: tel. +39 333 893 8388). Volendo, alla casèra si può anche interrompere la passeggiata (1162 m, 40 min), utilizzando per il ritorno la strada forestale e il sentiero sulla sinistra orografica del torrente. Lasciata sulla sinistra la casèra, si prosegue sulla strada (che termina poco sopra, alle sorgenti della Malìsia) trascurando una deviazione a sinistra (che sale alla Baita Angelini) e si prosegue in zona più aperta (alle spalle si vedono la dorsale Punta-Col Dur-Rite, il Pelmo e l’Antelao) raggiungendo così la conca del Vach, con il laghetto popolato in primavera da migliaia di girini (1361 m, 1 h e 30 min).


Un breve sentiero porta ai piedi della cascata, mentre un tracciato piuttosto impegnativo e sconsigliabile consentirebbe di raggiungere la bocca da cui sgorga l’acqua, un centinaio di metri più in alto. Per il ritorno si segue il sentiero che parte dall’estremità occidentale del laghetto e scende dapprima nel fitto bosco di abeti e larici, poi per aperti pascoli, passa poco a monte della casèra di Colcervèr e per un ultimo suggestivo tratto fiancheggiato da filari di faggi raggiunge l’abitato di Colcervèr (1221 m, 1 h), ricco di bei tabià e con un’antica chiesetta dei primi del ’700 dedicata ai Santi Ermagora e Fortunato, dal cui ciglio si domina un paesaggio di rara bellezza.


Da qui una bella strada, stretta ma asfaltata, scende con alcuni tornanti a Pralongo. In alternativa si può scendere più rapidamente per l’antico sentiero che congiungeva i due paesi, che inizia in fondo a Colcervèr.


Il carbone di legna
Lungo la Val Barance si possono individuare nel bosco alcuni spiazzi di forma tondeggiante. Grattando con un bastone si scopre una terra nerissima, perché qui veniva preparato il carbone di legna da usare nelle fucine e nei forni. In estate nel bosco veniva prima spianato un tratto di terreno (aial) e su questo venivano accatastati i tronchetti della legna tagliata in primavera (pojat). La catasta veniva ricoperta di fronde e foglie terra e poi di muschio e terra, quindi “carbonizzata”, ossia bruciata in assenza di ossigeno. La combustione proseguiva per giorni e notti, costantemente sorvegliata per evitare che la legna bruciasse o che il fuoco si propagasse nel bosco.


La fusinela
A Pralongo è stata ricostruita una fusinèla, come viene chiamata in dialetto la fucina in cui si lavorava il ferro. Fino alla fine dell’Ottocento decine di fusinèle erano in piena attività lungo il corso di tutti torrenti della valle, dove potevano facilmente sfruttare l’acqua per azionare i magli e l’aria per alimentare le forge. Nel periodo di massima attività (XV e XVI secolo) riuscivano a produrre 400 tonnellate di attrezzi da lavoro e soprattutto chiodi, di ogni forma e misura, che rifornivano anche i cantieri della Serenissima. Furono distrutte quasi tutte nella notte tra il 29 e 30 agosto 1890, quando si verificò una violenta alluvione che causò anche 23 vittime e lasciò centinaia di persone senza tetto.

 

[Testo: Unione montana Longaronese Cadore Zoldo]

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