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Nel Vajont scorre acqua umile...

Dal 6 al 10 di Ottobre 2013 si è svolto il Convegno Internazionale dei Geologi, in parte a Longarone e sul Vajont, in parte a Padova. Già questo è un dato strano… riscontro con rammarico che le due sedi di discussione separate nascono da due gruppi che non hanno saputo unirsi attorno a questo tema (Consiglio Nazionale dei Geologi e mondo accademico). Il mondo tecnico e scientifico (compreso quello accademico) dimostrano di non essere ancora pronti a incamerare le plurime provocazioni della storia del Vajont. Il Vajont non è ancora un tema davvero condiviso… anche se, per la prima volta, con questo cinquantennale si sono sentiti discorsi positivi ed inediti, che fino ad un po’ di tempo fa non avevano diffusione.

 



Apertura della sessione mattutina del Lunedì 7 ottobre. Il prof. Paolo Paronuzzi sta per descrivere la sua interessante quanto dibattuta teoria sulla dinamica del vesante del Monte Toc.


Il tema centrale del convegno è stato il Vajont come caso su cui riflettere e studiare per migliorare la capacità di analisi e di approccio ai territori, in ottica gestionale e di mitigazione del rischio per persone, cose ed ambiente.


Un ottimo presupposto, perché è strategico per il nostro Paese (anche economicamente) creare occasioni di dialogo e confronto, oltre che di scambio, su questi temi, vista l’enorme delicatezza del territorio italiano. Alcuni aspetti mi continuano però a creare una non meglio definibile sofferenza. Fra le mani mi è rimasta la sensazione che la scienza non accetti ancora di avere limiti. Spesso lo scientismo assomiglia ad una religione senza Dio, dove la fede si ripone nei mezzi infiniti della mente umana.


Erano in molti al convegno (ma anche nelle fasi preparatorie) che “litigavano” su quello che è stato scritto, sulle interpretazioni dei dati scientifici, sui personalismi dei singoli ricercatori, su figure da riabilitare o da infangare. Il tutto con approcci iper-specialistici e non permeabili ad altre discipline, che analizzano singoli aspetti e che non rendono grazie alla complessità della natura.


Durante il convegno, non ho sentito pronunciare mai la parola limite, ed è strano, soprattutto di fronte ad una vicenda scientificamente non risolta (ad oggi non si è concluso il dibattito sulla dinamica della frana).

 
In questi cinquant’anni che ci separano dal disastro, non sembra che si sia fatta molta strada nel  percorso collettivo utile a definire il limiti della soglia, e le regole d’ingresso degli umani negli equilibri naturali. Oggi, in questo mondo dominato dall’accaparramento delle risorse anche a costo di vittime, guerre e rispetto degli ecosistemi, il collocamento di questo limite è una questione etica di primaria importanza.


In ultima analisi, le logiche di mercato senza limiti e le logiche che definiscono il limite in funzione del mercato, hanno portato scienziati e tecnici distanti dal Buonsenso. Sono stato al convegno con senso di responsabilità, ma devo dire che, quanto ho incontrato, incarnava più la vanità che la responsabilità.


Dice bene Mauro Corona (riprendendo idee di altri), quando auspica l’istituzione di una Scuola Internazionale di GeoEtica nel territorio del Vajont!

Sarebbe davvero utile e anche bello… ricordo che tutto il territorio del Vajont (non solo la frana del 1963) ha una ricchezza incredibile di spunti pluridisciplinari; è un territorio con vicende evolutive così didattiche da contenere quasi ovunque delle meraviglie di interesse mondiale. Una Scuola di Geoetica che parli al cuore di insegnanti e studenti rendendo tutti Studenti.


I geologi che ci parteciperanno, dovrebbero però essere propensi a sostenere lo sguardo degli ertani, per incamerare come base culturale la loro intraducibile conoscenza dei luoghi. Una scuola di dialogo fra natura e umani. Un luogo imperdibile, di cui c’è un gran bisogno.

 

Emiliano Oddone

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