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Il sapore dolce del Col de la Puina
Sento sbuffare dietro di me, mentre saliamo gli ultimi ripidi metri di questo trekking che ci separano dalla cima.
Spunto finalmente dalla cresta, mi siedo, riprendo fiato, mi guardo intorno.
Gli altri arrivano uno alla volta, si siedono, riprendono fiato, si guardano intorno.

Li osservo uno ad uno, e penso a tutta la strada che hanno fatto, dall’Australia, per atterrare sui 2254 metri del Col de la Puina.
Questo posto non è segnato nelle guide, dico loro, forse siete i primi australiani a mettere piede quassù.
Dopo un’overdose di paesaggi da cartolina, di pareti firmate e di sentieri lastricati, intuisco dai loro sguardi una leggera vertigine.

Il contrasto con quanto fatto sin’ora è potente, e in qualche modo i loro sensi lo percepiscono, anche se non ne capiscono la ragione.
È come un fastidio, come le macchie scure dopo aver guardato a lungo il sole, il fischio nelle orecchie dopo un concerto.
Poi, lentamente, i residui si dileguano, come le piccole nuvole bianche sulla vetta del Pelmo, di fronte a noi, e rimane l’essenziale.
 
Rimane il sole caldo sulla pelle, il prato punteggiato di genziane e arnica, i cespugli di rododendro, la parete immensa, immobile e verticale del Pelmo, il lungo canalone ancora pieno di neve, i pascoli brillanti di inizio luglio in basso, il bosco scuro di abeti a chiudere il fondo.
Rimane soprattutto un sapore dolce e fresco, di acqua bevuta direttamente dal torrente e che bagna la faccia.
 
Mentre spiego loro il significato del termine puina, prendo in mano lo zaino e riprendo deciso la traccia in discesa.
Ho promesso loro gli gnocchi con la ricotta affumicata, la puina appunto, al Città di Fiume.
Sono soddisfatto.

Tra i ricordi di questa settimana, sepolto sotto le foto dei paesaggi più famosi delle Dolomiti, rimarrà anche, come una leggera nostalgia, il sapore dolce del Col de la Puina.
 
Andrea Pasqualotto
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