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Il Lares del belo: cuore pulsante del Bosconero

Andrea Pasqualotto ci racconta il suo incontro con il cuore pulsante del Bosconero: il Lares del belo.

 

Di ritorno dalla forcella del Matt, ancora teso per la complicata discesa sulle ghiaie compatte, butto l’occhio a sinistra, verso la Toanella, e lo scorgo.

Si vede anche dallo stradone, sotto Forno, quando si scende a valle seguendo il Maè. Non si nasconde, ma fiero e impettito domina la valle da quasi mille anni, se le stime non mentono.

Lascio il sentiero, mi addentro tra i mughi, incespico, mi appendo, salto, scivolo, mi riprendo, e così lo raggiungo. Non sembra così vecchio da vicino, e subito mi vergogno del pensiero, come se mi trovassi di fronte ad un uomo. Di certo, è elegante, a suo modo imponente, una meraviglia della natura.

Protetto alle spalle dai seicento metri di dolomia verticale del Sasso, al fianco destro dalle guglie frastagliate degli Sfornioi, a mancina dall’aristocratico spigolo della Rocchetta, semplicemente sta, e di nulla si cura.

Levo lo zaino, quasi con rispetto, un po’ con soggezione, mi siedo sull’erba, e rimango così, lo sguardo sulla Civetta, accanto all’essere vivente forse più vecchio di tutte le Dolomiti bellunesi, il Lares del Bèlo.


E’ così che il tempo scompare, ai piedi del cuore pulsante del Bosconero. Osservo la corteccia bruno-rossastra, rocciosa, spessa e profondamente solcata, i grossi rami alla base, piegati a gomito, la punta slanciata e sottile carica degli aghi soffici e dorati di ottobre.

E come lui, per qualche minuto, mentre il sole colora di fuoco le pareti e l’aria si fa densa e fresca, di niente più mi curo.

    “Ma i larici che personalmente ammiro e fors’anche venero, sono quelli che nascono e vivono sulle scaffe delle rocce che portano il tempo: sono lì nei secoli a sfidare i fulmini e le bufere, sono contorti e con profonde cicatrici prodotte dalla caduta delle pietre, i rami spezzati, ma sempre, a ogni primavera quando il merlo dal collare ritorna a nidificare tra i  mughi, si rivestono di luce verde e i loro fiori risvegliano gli amori degli urogalli. E all’autunno, quando la montagna ritorna silenziosa, illuminano d’oro le pareti” (Mario Rigoni Stern, Arboreto salvatico, 1991, Einaudi)

 

Andrea Pasqualotto

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