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Bosconero: dal particolare al tutto

Sono salito da passo Cibiana verso Casera darè Copada sulle Dolomiti di Zoldo. Avvicinandomi agli Sfornioi e rimanendo, poi, per un po’ al cospetto del magnifico Bosconero. Chiaramente dopo la salita sono disceso sulla strada di casa.
Certo che l’inverno è stato lungo! e di certo ho perso il fisico che ricordo di aver avuto quando quotidianamente rilevavo le Dolomiti. Inizio a camminare appesantito anche da dieci anni in più, che mi dividono da giunture elastiche e resistenti.
Come al solito si tratta di progressione: un difficile rincorrersi di stati d’animo, di battito cardiaco che insegue il ritmo del passo, richiamando anche il respiro ad essere sincrono. Quando tutto suona in armonia, di colpo, ci si sente bene con la fatica.
Sudare volentieri, aiutato dalle macchie di sole che entrano nei boschi coltivati, ricchi di essenze e di foglie differenti, a riscoprire un sottobosco che emana calore e profumi che avvolgono dal basso. Il sollievo arriva all’altezza delle spalle, dove questo afrore dolomitico si mescola all’aria fresca del mattino che scende accarezzando il bosco. La rugiada è ovunque, su ogni pelucchio del muschio, sui fili tesi da migliaia di ragni che hanno voluto unire innumerevoli enormi foglie di slavaz.

 

Goccioline trasparenti e luccicanti, che si divertono a farsi attraversare dal sole, una a fianco all’altra a rivestire con purezza, a riflettere bellezza. Qualcuna si trasforma in nebbiolina, che sale concentrata assomigliando a spiritello uscito dalle saghe leggendarie. Nel perdersi in questi eterei scenari, si dimentica quasi la fatica, e ormai, si è in alto.

 



prime aperture
Si sbuca sopra il limite delle foreste e i mughi iniziano ad accarezzare le gambe, le rocce si fanno nude e vicine, le forcelle aprono l’orizzonte e dal particolare si coglie il tutto. Le prospettive messe in gioco dalle infinità di forme individuabili nei massicci rocciosi del Bosconero è impressionante. Vien voglia, come quando distesi su un prato si contemplano le forme delle nuvole istigando l’interpretazione con la fantasia, di individuare enormi volti, mostri solenni, simboli, figure di vario tipo, animali e umani, porte, ripari, vie di accesso alla cima. Fantasia fatta roccia.

 



aperture sempre più ampie
La pausa di immersione è lenta e coricata, con lo spazio per dormire un po’, abituandomi ai rumori, accarezzato da vento e sole. E’ così che diventi amico del ronzare vicino, dei richiami pennuti, del fischiare del vento fra ali chiuse in planata, del vento fra i capelli (quei pochi che sono rimasti), del vento canterino che nasce fra i rami dei pochi larici e fra il folto della distesa bassa di mughi. La fatica scompare, il ristoro viene dalla bellezza, dall’eco dell’acqua che si sente cadere dalle rocce in stillicidio e dalla frutta che consumo con gratitudine. Svegliandomi più saggio di prima e veramente svuotato dalle tensioni accumulate, mi appresto alla discesa. Piacevole momento che ti permette di assorbire la gioia dell’impresa riuscita, dove fai gli ultimi incontri magici che davvero fanno brillare gli occhi.
Tre cerve, vicine, sorprese dall’uscita improvvisa spazzata da un vento che porta via gli odori.

 



sguardo profondo
Sorprese! Scappano rimpossessandosi avidamente della loro selvatica naturalità, lasciandoti solo un momento denso, posto nello sguardo ciliato grande, serenamente vivace e dolce, che quasi ti saluta scoprendoti innocuo. Perché non devo tornare? Ritornerò.

 

 Emiliano Oddone

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