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Storia di un sasso del Monte Pelmo

Uno scricchiolio difficile da descrivere introduce il sasso che si stacca da un qualche punto della parete. Poi rotola, facendo polvere negli impatti della sua parte più superficiale, si affina, si divide, diffonde rotolando sonori colpi e un tipico odore di pietra sfregata… alla fine si ferma… assieme a molti altri va a dare corpo al ghiaione della Val d’Arcia, appoggiato sulla parete nord del Pelmo.

 

Pochi giorni dopo: l’arrivo dell’acqua. Uno scroscio di quelli che solo in montagna si può vedere, quando correnti d’aria con diverse temperature risalgono e riscendono, si scontrano… e dal “neanche una nuvola” si passa subito al boato scuro del temporale. La massa d’aria e d’acqua in movimento diventa poderosa e flette in modo incredibile le cime degli abeti e dei larici. Tanta acqua in poco tempo… ed ecco che lungo il ghiaione, come una serpe che si stende dalla tana ad aggredire la preda, una colata di ghiaia e blocchi di roccia scivola veloce fuori dal canalone. Se non fosse per il fragore sordo dettato dallo scontro dei sassi fra loro, si direbbe un fiume: sì ma improvviso, bianco e solido!!! Scava e spiana, a volte straripa e ricopre. Tutto distrugge. È potente questo trasporto di massa. Materiale messo in moto da acqua e gravità.

 

Nel corpo di questo fragoroso mostro è salito anche il sasso dal quale ero partito… un soggetto non secondario nella storia delle Dolomiti. Dopo aver fatto surf sulla colata veloce di ghiaia e blocchi di roccia, arriva al torrente, per essere ancora trasportato dalle acque, ora più dolcemente, verso valle.

Con tutto quel rotolare, il nostro sasso è divenuto molto più piccolo di quando si era staccato da quasi 3000 metri di quota. È grosso meno di un pugno, e ciò che ha perso di se rotolando, si è liberato nell’intorno.

 

Aggregati di atomi di sasso disseminati, chissà dove… ed un nucleo residuo, resistente, raffinato dall’esperienza. Oggi mi sento un po’ come quel sasso.

Penso al dono che queste montagne fanno alla natura mentre si sbriciolano in un destino incomprensibile. Dalle dolomie e dai calcari di queste Dolomiti si liberano in natura atomi di Carbonio. Atomi preziosi, che nutrono la vita stando alla base della fotosintesi clorofilliana; entrano nelle piante comprese quelle commestibili, le mucche e gli esseri umani se ne nutrono e il Carbonio, associato ad altri atomi, diventa motore per le attività degli organi di molti viventi. Anche dalla morte, con la putrefazione, si libera Carbonio, a conclusione di un ciclo ne riparte subito un altro… e la vita continua.

 

Emiliano Oddone

 

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