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La voce del Vajont si sente da lontano

Il Vajont è un torrente che si getta nel Piave all’altezza di Longarone e come ogni buon torrente da sempre scava una valle, la valle del Vajont.
 
Il torrente Maè, che scava la Val di Zoldo, si getta nel Piave anch’esso all’altezza di Longarone, ma specularmente rispetto al Vajont, sull’altro lato: in destra idrografica. Questi due meravigliosi torrenti si conoscono, le loro acque si mescolano dando linfa al Piave da migliaia di anni. Per questo, forse, viene facile legare la Val di Zoldo alla Valle del Vajont, ma non è l’unico motivo: ertani e zoldani si capiscono, i loro dialetti infatti hanno, seppur con delle differenze, molte similitudini.

Anche il Maè è stato sbarrato da una diga (diga di Pontesei), progettata dallo stesso uomo che progettò la diga del Vajont. Le due grandi dighe, come altre 15 distribuite sistematicamente nelle valli più ricche d’acqua del bellunese, facevano parte del mega progetto di sfruttamento idroelettrico che vide SADE e poi ENEL protagoniste nell’unire, con circa 200 km di tubi, le valli bellunesi attraverso le montagne, facendo sparire buona parte di uno degli elementi più belli del nostro paesaggio: l’acqua.
 
Attualmente ancora  attivo, questo progetto ha determinato due fatti gravi negli anni sessanta. Uno, il disastro del Vajont… l’altro, meno noto, il disastro di Pontesei.  Fatte le dovute proporzioni, a Pontesei, nella Val di Zoldo, similmente al Vajont si verificò una frana, innescata da un aumento di instabilità del versante della montagna, causato, anche in questo caso, dalla presenza di un grande lago artificiale.

Anche in questo caso la frana provocò onde anomale che però uccisero “solo” una persona, un tecnico che in quel momento aveva il compito di controllare… ancora durante le ore scure, nel silenzio di una valle addormentata.
“Tragedia in piccolo” ma pur sempre tragedia, imposta dalla mastodontica presenza cementizia così avulsa da quanto ha intorno. La natura ancora una volta messa in disparte, non compresa,  non considerata se non per essere maledetta nella sciagura. Ma non si tratta di sciagura, si tratta di non ascolto e poi di logica conseguenza.

Il Vajont ha una voce forte che grida giustizia, ma c’è da chiedersi qual è l’ambito di questa richiesta… giustizia sia fatta, una volta per tutte, nel restituire ai montanari la coscienza necessaria e i saperi per r-esistere nelle loro valli, per non farsi abbindolare e per saper produrre, con ingegno dolomitico, alternative alle devastanti soluzioni che vengono loro imposte.

Non siano fatte più operazioni ed opere sconsiderate e scriteriate, che non siano in armonia con la meraviglia che ci circonda. In Dolomiti il territorio deve essere al centro delle considerazioni dei montanari e di tutta l’umanità. Ce lo indica anche l’UNESCO.

Senza gli uomini e le donne, senza bambini e bambine che sappiano vivere, interpretare  e raccontare la propria terra, resterà una montagna non rispettata, con grave rischio che si trasformi in povera terra, contesa e confezionata. Vajont e Maè rumoreggiano inquieti: un messaggio è che la gestione delle acque di questo territorio, risorsa di inestimabile valore, non può essere resa a pure logiche di mercato; l’acqua sta alla base dei delicati equilibri che ci circondano e il mercato, per come è strutturato, non può tenerne conto.
 
La voce del Vajont ce lo ricorda, e, qui in Val di Zoldo, in questo 9 ottobre, sento nell’oscurità della notte, come delle presenze allegre di spiriti…. felici di poter vagare fra boschi e crode così belle, potendo correre veloci da qui allo sbocco della valle, sulla Piave… e poi dritti ed ancor più veloci, entrare nella gola del Vajont, attraversare la diga e  la frana come se non ci fossero e tornare a casa a rincorare i vivi e a  suggerire ancora come r-esistere.
 
Emiliano Oddone 
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