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Tatto e con-tatto

Emiliano Oddone del gruppo Dolomiti Project che si occupa della valorizzazione della Geodiversità, tratterà il senso del "tatto" come interazione, con-tatto con la montagna.

 

Le mani fanno fare un sacco di cose e sono le parti del corpo a cui normalmente associamo il tatto.

Con le mani si disegna e si dipinge, si suona, si cucina, si costruisce, si scrive, si accarezza….spesso attraverso le mani si fanno cose che centrano con il creare.

Anche la relazione è spesso introdotta dalle mani: il saluto si fa seguire quasi sempre da un qualche movimento di mani, ma anche la mano che ci si dà quando ci si conosce, le mani che accarezzano… etc etc.

 


In montagna le mani, oltre a svolgere tutto quanto detto sopra, svolgono anche specifiche azioni… direi quasi tipiche dell’andar per monti. Ad esempio servono a parare il colpo quando si cade, o quando una fronda di larice rientra veloce al suo posto spostata dal compagno di cammino che ti precede… ma servono anche a salire: spesso ci si aiuta con le mani, là dove il sentiero ha una pendenza eccessiva o sulle rocce. Le mani analizzano l’appiglio prima di stringerlo, lo provano a sentire…. questo è il tatto che aiuta a conoscere.

 


E’ il tatto che ti da la prima indicazione sullo stato della roccia. Sul tipo di roccia. Certo! Si può e si deve anche guardare, la vista applicata ai particolari e alle diverse scale (dal macro dell’affioramento, al macro ridotto del sasso in mano; dall’osservazione con una semplice lente all’ottenimento di una sezione sottile di roccia da osservare al microscopio) è fondamentale per leggere la roccia… ma anche il tatto ne permette la comprensione.

 



Con un sasso in mano si potrebbe dire: arenaria rugosa che gratta, dolomia saccaroide e spigolosa, calcare poroso e smussato, vulcanite pesante e granulata.

Con le mani su un affioramento di roccia si potrebbe dire: calcari fittamente stratificati, dolomia massiccia, peliti e marne duttili e scagliose, calcari o dolomie fratturati e macinati.

Di certo si può dire che toccando un sasso (soprattutto sulla sua superficie viva, appena liberata da una rottura) ci si mette in con-tatto con il tempo e con l’ambiente in cui quel sasso si formò, o meglio: toccando i sassi, si mette in con-tatto il presente con altri momenti dispersi nel Tempo Profondo. Nel caso delle dolomie, toccandole, qui esumiamo un ambiente tropicale marino che si evolvé in un intervallo compreso fra 245 e 200 milioni di anni fa.


Nella Val di Zoldo il contatto fra le mani e tutte le rocce qui presenti permetterebbe di materializzare un film di ambienti susseguitisi in oltre 100 milioni di anni, fra cui tutto ciò che accadde durante il Triassico (cuore del valore geologico del Patrimonio dell’Umanità Dolomiti UNESCO).

Chi arrampica per ore sulle rocce lo sa bene:  rocce diverse permettono progressioni diverse e le mani, agendo in modo specifico sulle diverse rocce, ne registrano le caratteristiche. Le mani, alla ricerca del contatto vitale che coincide con l’appiglio sicuro, si grattano, si usurano, si sbucciano… sembrano perdere sensibilità… ma in realtà si tratta di una implementazione strana di sensibilità.

Le mani indolenzite dalla fatica e dall’usura stringono, esplorano, continuano in qualche modo a sentire, anche se indolenzite. Sembra quasi che il tatto si estenda al corpo e quello che sentono le mani si colleghi alla posizione del baricentro, dei pesi, e alle direzioni dei bilanciamenti dei vettori della gravità. Il tatto si espande…. inizia ad avere a che fare anche con il cervello, con il respiro…. il tatto quando orientato alla roccia si estende oltre le mani.



Il tatto in montagna è bene orientarlo anche ai piedi, spesso la sensibilità dei piedi su appigli minimi è molto importante, ma più in generale, è il tatto dei piedi che ci aiuta ad intuire se il ghiaione è duro e pericoloso o morbido e innocuo.
Qui, sono il tatto ed il con-tatto che ci permettono di capire se è il caso di correre a perdifiato, se è il caso di attendere o procedere piano; è il tatto che ci dice se fidarci, se stringere e sorreggersi o se cercare altrove un luogo più sicuro.
Prima di finire, al rientro da questo giro a caso fra San Sebastiano e Moiazza, non riesco a non notare che il tatto si riattiva e si ricompone quando le mie mani servono a fare conca per bere… il con-tatto con l’acqua, che sgorga fresca nel presente da rocce d’acqua marina antichissima e fossile. Che posto le Dolomiti di Zoldo!

 



E infine, il con-tatto con la normalità…. dove le mani prima di rientrare, le adopero con gesti istintivi se c’è una mosca da scacciare o una goccia di sudore da asciugare, ricordando che le mie mani e quanto sentono, sono e saranno sempre parte del racconto.

 

Emiliano Oddone

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