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Insùda e Farthìma in Val di Zoldo

Insùda era una giovane in fiore, sbocciata nel fresco verde di Zoldo di nascosto, mentre Invèr gettava la sua cappa chiara, allontanandosi.

Quando si svegliava, Insùda udiva trepida il fruscìo del bosco, la bocca colorata dal blu delle giàsene; sfiorava le lisce pietre del torrente, respirava l’odore del temporale e vedeva ogni volta per la prima volta Zoldo.

Allora sentiva dentro al petto… una smania, un missiamento, una specie de contento


La vita per lei cominciava ogni mattina e tutto pareva possibile: essere quel che nessuno sarebbe mai stato, fare quel che gli altri non avevano mai fatto, avere quel che non si riusciva neppure ad immaginare. Il suo sonno, la sera, era carico d’attese.

Anni dopo, ma era come se di mezzo ci fosse stata solamente una stagione, arrivò in Zoldo Farthìma, salutando apertamente Istà che si allontanava indossando un abito leggero. La guardò come se somigliasse a qualcuno, e lei sorrise tra sé. Era una donna forte e maliziosa, colorata di giallo, rosso, verde, ambra, e raccoglieva foglie secche per farne composizioni.

Quando si svegliava, Farthìma ascoltava a lungo il fruscìo del bosco, la bocca colorata dal nero del caffè, raccoglieva le lisce pietre del torrente, attendeva il temporale per respirarne l’odore e vedeva Zoldo come se l’avesse sempre veduto.

A voi lo dirò: Farthìma era Insùda in avanti con l’età.
Era stata quel che solo lei poteva essere, aveva fatto quel che era riuscita a fare, aveva avuto quel che nessuno poteva toglierle. Ora tornava in Zoldo, dopo la stagione più calda. Il suo sonno, la sera, era carico di serenità.

 

Paola Brolati

 

[Ph. Eva Lovat]

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