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I boschi di Merino

Sapienti pittori, artisti straordinari hanno cercato di cogliere l’anima del bosco, il suo respiro segreto e nascosto, lo spirito di tutti i suoi abitanti.

Certi lo hanno raffigurato come il regno della natura per eccellenza, come se rappresentasse l’infinito, l’immortalità, il ciclo continuo tra vitalità e decadenza, tra primavera e autunno. Il bosco è forse una delle poche cose che sa esprimere vita e speranza anche mentre le sue foglie cadono inesorabili.

 


Kaspar David Friedrich – la porta del cimitero. Non si va verso un luogo di morte ma verso un… bosco!

O ancora, hanno associato al bosco il concetto di sublime. E cos’è il sublime se non la vertigine, l’irrefrenabile spinta a volersi addentrare, ma allo stesso tempo paura che il bosco ti possa inghiottire?


Kaspar David Friedrich – lo chasseur nel bosco. Un bosco in cui ci si addentra ma che inghiotte!

Il bosco è una dimensione di insieme, l’unione di diversi mondi, vegetale, animale, minerale… riassunti in una naturale armonia, è un mondo nel mondo, un microcosmo, come il mare. “Sono sempre più innamorato dei boschi” confessa Merino, mentre espone la sua preziosa collezione, la sua galleria d’arte fatta di bosco. Spiega che ogni legno ha la sua funzione, il suo carattere, serve all’uomo per fare qualcosa. La pagùoima (lantana) serviva ai nostri avi per costruire i zarlìn, le famose gerle portate sulle schiene delle donne di una volta. Prende dalla sua “catasta didattica” un campione di pagùima: “senti come è morbida?” chiede, sembra gomma flessibile. 30 specie diverse di albero, tutte al servizio degli zoldani, e nel caso di Merino Mattiuzzi, degli zoppedini.

Un intero sistema da conservare e rispettare, da mettere in comunicazione persino col bambino più piccolo. Gli alberi educano, danno degli insegnamenti inaspettati e riescono addirittura a dispensare consolazione. “Qui ci sono tre esempi di sofferenza“, continua Merino, mostrando tre ceppi, tre creature del bosco deformi, dal fusto irregolare e contorto, ma allo stesso tempo forti e dignitose. Il bosco che sopravvive ai fulmini, alle tempeste, agli squarci sulla sua pelle è capace di rigenerarsi e trionfare sul dolore, come fanno le persone.

 


un tipo di sofferenza in un albero: guardate come il tronco continui a crescere, trovi altre soluzioni per esprimersi e sopravvivere, nonostante il filo spinato si ancori a lui lacerandolo (foto di Giulio Mattiuzzi)


Incorniciata su una parete c'è la foto in bianco e nero della Regina dei Alberk, pianta maestosa che ha un posto speciale nel cuore di Merino. Il lares del Bèlo, il faggio dei Bidoch, sono pochi gli alberi centenari o addirittura millenari della Valle di Zoldo, con una storia incredibile e sconosciuta, impressa nei fusti ancora intatti di questi Re della foresta. Chissà quanti anelli segnano l'età di questi giganti! Sono talmente belli che possiamo rimanere con la tentazione di scoprirlo.

I boschi di Merino, così si chiamano, e con gli stessi occhi li dovremmo guardare. Sono alberi dai rami intrecciati, sottoboschi accennati appena, cortecce sottili. Possono anche sembrare alberi in fiore, con il loro fogliame tridimensionale, dipende da cosa ci dice l’immaginazione. Merino li dipinge su carta, pietra, legno, grazie a una tecnica segreta nata da anni di sperimentazione. Li pittura persino su sacchettini contenenti piccole rondelle di legni diversi, pensate apposta per le scuole e per far apprendere ai bambini la differenza fra albero e albero.

Merino nella sua produzione artistica riprende il fenomeno geologico dei dendriti, l’effetto creato dalle infiltrazioni di manganese sulla roccia calcarea. In poche parole, si ispira alla “pennellata” di Madre Natura, che dipinge delicati boschi stilizzati su tele pietra, insomma proprio come fa Merino su diversi materiali.

 



Una delle opere della collezione Silvae Merini – la tecnica segreta non ce la vuole proprio dire, sappiamo soltanto che per realizzare questi quadri Merino usa uno strumento piccolissimo… uno stuzzicadenti!


Il bosco, sede paurosa del lupo nelle fiabe dei bambini, rifugio della volpe, casa del gufo, pertugio dei topi. Cerchiamo di vederlo così come lo vede Merino, universale e riconoscibile in tutti i Paesi del mondo, da tutti i popoli dei boschi. IL bosco, uno solo, dai rami affusolati che si proiettano verso il cielo, proprio come nei grandi dipinti.

 

 

(Foto di Copertina: un bosco della Silvae Merini di Merino Mattiuzzi)

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