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Il dialetto ladino-veneto della Val di Zoldo

Gli studiosi sono generalmente concordi nell'affermare che lo Zoldano è, delle valli dell'alto bellunese, quella che più si avvicina alla parlata del capoluogo (il dialetto feltrino-bellunese). Sicuramente si notano delle influenze ladine ma, come osserva Enzo Croatto, la valle non ha mai avuto contatti diretti con il Tirolo, e pertanto si può parlare al massimo di "veneto-ladino" o di "semiladino". Qualcuno addirittura nota che queste definizioni sono eccessive e classifica la parlata zoldana come veneta. Inoltre, lo studioso Giovanni Frau ha ricostruito le correnti migratorie che hanno popolato la valle, ipotizzando che quelle da nord, che è appunto l'area ladina, fossero molto più limitate rispetto a quelle provenienti dalla zona di Longarone e Agordo.

Nonostante tutto, con la legge 482/1999 la provincia di Belluno riconosce di lingua ladina i comuni della valle (ma anche a quelli dell'Agordino e del Cadore).

Il primo documento scritto in zoldano pervenutoci è una traduzione della parabola del figliol prodigo datata 2 maggio 1835. Delle pubblicazioni in merito, vanno ricordate essenzialmente Il Vernacolo della Val di Zoldo, curato da don Raffaello De Rocco con la collaborazione di Augusto Gamba di Bragarezza, e il Vocabolario del dialetto ladino-veneto della Valle di Zoldo (Belluno), di Enzo Croatto.

Il lessico zoldano mostra la presenza di termini di origine retica e celtica, longobarda e veneziana, ma anche termini di derivazione francese e tedesca entrati più di recente. Come un po' tutti i dialetti d'Italia, anche lo zoldano tende ad impoverirsi, adattando spesso i termini della lingua italiana. Da notare infine che lo zoldano dimostra una notevole omogeneità, nonostante la dispersione dei suoi villaggi. Più in passato che ora, si notava una leggerissima differenza tra le parlate dell'alta e della bassa valle.

(Fonte wikipedia)

 

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